Personaggi

Bartolomeo Sacchi detto “Il Platina” (1421-1482), noto umanista italiano, nacque nel 1421 a Piadena, da cui prese il soprannome “Platina”. In gioventù iniziò la carriera delle armi ma presto si avviò agli studi umanistici ed ebbe come guida, tra gli altri, Vittorino da Feltre. Cominciò la sua carriera nel 1453 come precettore dei figli di Ludovico Gonzaga. Nel 1457 si recò a Firenze dove entrò in contatto con i rappresentanti più illustri dell’Accademia ficiniana (Marsilio Ficino, Angelo Poliziano, Poggio Bracciolini, Pico della Mirandola). Sul finire del 1461 si trasferì a Roma al servizio del giovane cardinale Francesco Gonzaga. Divenne abbreviatore dei papi Pio II e Paolo II con alterne fortune. Nel 1467 venne infatti imprigionato e sottoposto a tortura, con l’accusa di congiura contro il Papa, e, assieme ad altri abbreviatori, di avere ideali pagani. Per vendetta ritrasse in modo sfavorevole la personalità di Paolo II nella biografia scritta un decennio dopo. Uscito prosciolto dal processo all’inizio del 1469, vide salire le sue fortune sotto il papato di Sisto IV, che lo nominò nel 1478 primo Prefetto della Biblioteca Vaticana e a cui l’umanista dedicò una delle sue maggiori fatiche, il Liber de vita Christi ac omnium pontificum (1474), una imponente opera storiografica, di stampo laico, che raccoglie le biografie dei papi a partire da S. Pietro fino a Sisto IV. Negli stessi anni pubblicò il De principe, il De vera nobilitate e il De falso et vero et bono. Il suo lavoro di maggior fortuna, a giudicare dalla copiosa tradizione manoscritta e dalle numerose stampe che seguirono, resta tuttavia un trattato di gastronomia, il De honesta voluptate et valetudine, composto nell’estate del 1466. Il testo non deve essere considerato un semplice libro di ricette: alle informazione di carattere alimentare si aggiungono una serie di consigli utili per cercare il “piacere onesto” ossia la capacità di conciliare i bisogni del corpo con quelli dello spirito. L’arte del mangiare, pertanto, insieme alla cultura della vita sana, raggiungibile mediante l’esercizio del corpo e della mente, concorrevano alla formazione dell’individuo secondo l’ideale proprio dell’Umanesimo.

Giovanni Maria Sacchi detto “Il Platina”( Piadena ?, 1455 circa – Mantova, 1500) è stato un Intarsiatore italiano. Conosciuto anche come Giovanni Maria da Piadena fu attivo a Cremona e si formò nella bottega di Cristoforo Canozzi di Lendinara, divenendo maestro lignario. Eseguì attorno al 1477 per la sacrestia del Duomo di Cremona un oggetto d’arte unico al mondo, un armadio intarsiato in legno di cipresso, che non trova comparazione in altre opere simili, chiamato Armadio del Platina. Di proprietà del Perinsigne Capitolo della Cattedrale, l’armadio ha subito un paziente restauro durato quattro anni e terminato nel 2008 ed è ora visibile nel Museo Civico “Ala Ponzone” di Cremona. Il Platina realizzò anche nel 1484 il coro ligneo per la cattedrale di Cremona.

Evangelista Dorati nacque a Piadena nel 1539. Nel 1565 fu chiamato dal vescovo di Cremona, Nicolò Sfondrati, il futuro papa Gregorio XIV, a dirigere il seminario della diocesi istituito in quello stesso anno. Era ancora un laico, ma con ogni probabilità già aggregato con voto di obbedienza alla Congregazione dei padri somaschi ai quali monsignor Sfondrati, su sollecitazione dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, aveva pensato di affidare il compito di formare nuovi sacerdoti. L’anno seguente il Dorati entrò nel clero diocesano e fu consacrato sacerdote il 30 maggio 1568. Tenne il governo del seminario di Cremona fino al 1581, assecondando e favorendo l’iniziativa riformatrice del concilio di Trento. Nel 1581 fece domanda per essere accettato nella Congregazione dei somaschi. Ammesso al noviziato, professò il 7 novembre 1582. Nel 1583 venne nominato maestro dei novizi in S. Spirito di Genova e nel 1587 venne eletto cancelliere generale dell’Ordine carica che mantenne fino al 1591. Nel 1592 fu incaricato – come preposito e maestro di novizi – di costituire il noviziato in S. Lucia di Cremona. Nel capitolo del 1593 fu eletto preposito generale. Il suo fu un generalato improntato ad austerità e regolarità. Attuò il primo esperimento pratico di osservanza delle costituzioni emanate nel 1591, testo legislativo dell’Ordine al quale egli stesso, negli anni precedenti, aveva attivamente lavorato. Fu particolarmente intransigente nel giudicare le trasgressioni al voto di povertà. Nell’aprile del 1602 domandò licenza ai superiori di ritirarsi a Somasca, accettando comunque di occuparsi ancora una volta dell’istruzione dei novizi. Il Dorati morì a Somasca di Vercurago (prov. di Bergamo) il 4 giugno 1602. Per qualche tempo, dopo la sua morte, l’Ordine si interessò alla possibilità di istruire un processo di beatificazione.

Ardizzone  Rivoltella Pare che l’aggiunta di ‘Rivoltella’ al nome si riferisca al luogo d’origine. Secondo alcuni, infatti, sarebbe nativo di Rivoltella (Ripalta Cremasca). Altri, però, lo ritengono milanese o beneventano. Brixius, basandosi su un documento del 16 ottobre 1182, nel quale Lucio III lo chiama prelato di Piadena, lo ritiene nativo di Piadena. Dai documenti appare come suddiacono sotto Eugenio III nel 1153, poi come cardinale diacono del titolo di S. Teodoro dal 4 gennaio 1157 sotto il pontificato di Adriano IV fino al 13 marzo 1186, sotto Urbano III. Fu collaboratore della politica di Adriano IV, che lo fece governatore di Benevento e lo mandò nel 1158 in Lombardia. Nell’elezione di Alessandro III, Ardizzone fu dalla parte di Rolando Bandinelli, che lo incaricò di una delicatissima missione inviandolo a Costantinopoli nel 1160. Accompagnò Alessandro nel suo soggiorno in Francia dal ’62 al ’66.  Sicura la legazione nell’ottobre del 1176 alle trattative di Anagni con lo scopo di portare la scomunica contro Como e Cremona. Nel 1177 Ardizzone fu a Venezia durante la cerimonia della pace con Barbarossa. Anche se non è certo, è probabile che la presenza di A. in Lombarda fosse legata alle difficoltà del papa con i Comuni che si trovavano in urto con la Sede Apostolica, perché non rispettavano i privilegi del clero e forse favorivano gli eretici. Dai documenti, non numerosi, appare, in conclusione, come Ardizzone sia stato uno di quei cardinali che in tempi difficilissimi, con lo svolgimento di mansioni delicate, come la legazione a Costantinopoli e quella in Lombardia, collaborarono con i pontefici e presero parte all’organizzazione della Curia che preparò e rese possibile l’attività di Innocenzo III. La sua importanza nella storia della Chiesa resta notevole. Vera è la lunga residenza di Ardizzone a Piadena quale prelato -titolare del beneficio pievano- come attesta il documento citato di Lucio III, nel quale si ammoniscono, pena la scomunica, i chierici di Piadena ad obbedire al loro prelato cardinale e al loro vescovo. La morte lo colse nella primavera del 1186 a Verona. La salma venne traslata a Piadena nella chiesa di Santa Maria come attestato dalla lapide di sepoltura attualmente conservata nei depositi dell’Antiquarium Platina.

Giuseppe Luigi Vacchelli nasce a Piadena il 16 ottobre 1877 da Pietro Vacchelli e Onesta Negri. Appassionato al Diritto, Giuseppe Luigi decise di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, dove si laureò brillantemente il 28 novembre 1899. Diventato socio della “Società Operaia di Piadena”, associazione di volontari volta a salvaguardare i diritti della classe operaia, gli fu affidato l’incarico di tenere un ciclo di conferenze dal titolo “Lezioni popolari di Scienza Sociale”, di cui ci resta solamente un opuscolo contenete un suo “Preludio” al corso. Terminati gli studi universitari, continuò ad occuparsi di problemi sociali allargando la sua visione fino ad abbracciare problematiche nazionali ed internazionali. Pubblicò infatti, nel 1902-1903, sulla “Nuova Antologia” due articoli, intitolati “La municipalizzazione dei Pubblici servizi” e “Il problema delle abitazioni in Inghilterra”, conservati tra i libri del fondo. Una volta ritornato a Piadena, iniziò ad esercitare la sua professione in un vicino paese del mantovano, Bozzolo, allora sede di un tribunale civile e penale. Di questi primi anni della sua carriera ci sono pervenute alcune cause d’appello, di cui l’avvocato si occupò, in veste di procuratore, negli anni 1906-1907-1908. Il 6 novembre del 1909, nella chiesa di S.Maria della Passione di Milano, il Vacchelli sposa la giovane piadenese Miriam Ponzoni, donna colta e appassionata di musica i cui genitori sono proprietari terrieri a Piadena e ferventi cattolici. In questi anni Giuseppe Luigi Vacchelli vive tra Piadena e Milano, dove esercita l’avvocatura. Le sue innate qualità oratorie gli permisero di farsi strada non solo negli ambienti culturali cremonesi ma anche in quelli milanesi. Il 26 aprile 1919 si iscrisse all’ordine degli avvocati di Milano, città in cui il 22 marzo 1922 si trasferì definitivamente con tutta la famiglia al n. 7 di Corso Italia. Durante gli anni del fascismo conobbe Roberto Farinacci, il discusso uomo politico con il quale aprì uno studio a Milano in via Pasquirolo n.11. In questo periodo analizzò il fenomeno “Fascismo” in tutti i suoi aspetti, cercando di comprenderne le motivazioni di fondo, tanto che in una conferenza da lui tenuta a Milano nel 1933, giunse a stabilire un parallelismo fra l’ideologia fascista e la filosofia di Macchiavelli. Passò gli ultimi anni della sua esistenza a Roma, ma continuò a svolgere con costante impegno la sua attività di avvocato al foro di Milano dove il 12 maggio 1960 gli fu conferita la medaglia d’oro per aver raggiunto i cinquant’anni di professione. Vedovo da oltre vent’anni, G.L. Vacchelli muore a Roma il 23 agosto 1961. Lascia due figli: Miryam Fortunata Onesta (Piadena 1911-Barzio 1999) e Pierluigi (Piadena 1916-Zurigo 1982).

Attuando le volontà testamentarie degli eredi oggi il patrimonio di famiglia è gestito dalla Fondazione Miriam e Pierluigi Vacchelli, istituzione autonoma e ente morale, amministrata da un proprio consiglio secondo regole definite nello statuto, che promuove e sostiene interventi in campo sociale e culturale. Tra queste volontà, anche la donazione al Comune di Piadena nel 1983 del fondo librario e nel 1985 della casa natale di via Platina n. 40, ora sede della Biblioteca Comunale.

Giuseppe Mastrocchio nato a Piadena nel 1883, fu scultore in creta, marmo, bronzo e osso, ma anche pittore e intarsiatore. Formatosi all’Accademia di Brera dove studiò dal 1903 al 1909, si chiamò fuori dai movimenti d’avanguardia che caratterizzarono i primi decenni del Novecento, e, più tardi, anche dalla retorica dell’arte di regime. Forte rimase in lui la tradizione del realismo e del simbolismo ottocentesco, mitigato dal senso della forma di matrice classica che gli veniva dall’insegnamento accademico. Ebbe il suo primo riconoscimento pubblico in occasione della prima esposizione di Arte Cremonese nel 1910 dove si guadagnò il diploma di medaglia d’oro con l’opera Preghiera, che si aggiunse al premio Bozzi e Caimmi ottenuto nello stesso anno con Testa di fanciullo e al premio Tatardini, vinto qualche anno dopo con l’opera Ora quieta (ora monumento funebre sulla tomba dello scultore). La sua produzione più matura si espresse nell’arte funeraria, in un’epoca in cui i cimiteri erano concepiti, soprattutto dalla borghesia, come espressione del proprio status sociale. Numerose le sue opere nei cimiteri di Soresina, Canneto sull’Oglio, Monumentale di Cremona, Piadena e Drizzona dove si trova quello che si considera il capolavoro dello scultore, ossia Il Falciatore, realizzato nel 1929-30 per la tomba Davide Donini. Altre occasioni di lavoro giunsero dalle commissioni pubbliche per i monumenti celebrativi da porre nelle piazze, come quello commemorativo del martire di Belfiore, don Enrico Tazzoli, nel Comune di Canneto sull’Oglio, e quelli eretti in ricordo delle vittime della guerra: Monumento alla Vittoria di Villa Saviola, Monumento ai caduti di Saileto (MN) e quello di Piadena; entrambi distrutti durante la seconda guerra mondiale per il riutilizzo del materiale bronzeo. Sebbene cresciuto in una famiglia di forti sentimenti garibaldini e anticlericali, Mastrocchio si occupò anche di soggetti sacri, anche se quasi esclusivamente per destinazione privata. Solo la profonda stima e amicizia che lo legò al parroco di Piadena, don Liscetti, gli fece realizzare nel 1939, il pallio dell’altare dell’Immacolata Concezione e i rilievi del pulpito per la chiesa parrocchiale raffiguranti Il Buon Pastore, Gesù da mandato agli Apostoli  e Il Buon Samaritano. Di carattere modesto, schivo e talvolta anche aspro, Mastrocchio si mantenne sempre in una posizione piuttosto defilata rispetto gli altri scultori cremonesi del tempo. Complice di ciò, anche il fatto di non aver mai voluto abbandonare Piadena dove condusse comunque una vita ritirata e dove morì il 7 novembre 1967.

Mario Lodi  nasce nel 1922 a Piadena (Cremona). Nel 1940 si diploma maestro. Durante la guerra subisce il carcere per motivi politici. Nel 1948 è nominato maestro di ruolo a S. Giovanni in Croce e in quel tempo viene in contatto con il Movimento di Cooperazione Educativa, un gruppo di insegnanti che intendono adeguare l’insegnamento nella scuola pubblica ai principi della Costituzione repubblicana. Parallelamente si dedica ad attività extrascolastiche, come la Biblioteca Popolare della Cooperativa e il Gruppo Padano. Nel 1956 ottiene il trasferimento alla scuola elementare di Vho di Piadena, suo paese natale. Qui, in ventidue anni di insegnamento, realizza molti libri di narrativa, alcuni dei quali scritti insieme ai suoi alunni, altri che documentano le sue esperienze pedagogiche, divenuti famosi non solo in Italia: Bandiera, Cipì, La mongolfiera, C’è speranza se questo accade al Vho, Il paese sbagliato, Cominciare dal bambino, ecc. Nel 1989 riceve dall’Università di Bologna la Laurea honoris causa in Pedagogia. Nello stesso anno gli viene assegnato il Premio Internazionale LEGO con i cui proventi fonda in una cascina a Drizzona, dove Lodi si trasferisce, la Casa delle Arti e del Gioco. Nel 2004 viene insignito della onoreficenza  di Cavaliere di Gran Croce dell’ordine al Merito della Repubblica. Nel 2006 gli viene assegnato il Premio Unicef 2005 “Dalla parte dei bambini”.

La vita di Mario Lodi ha interpretato culturalmente la ricostruzione dell’Italia dopo la guerra, ne ha segnato i momenti più alti di riflessione sulla pedagogia e il mondo della scuola e dei bambini attraverso un impegno concreto e costante. E’ proprio nel contatto quotidiano con i bambini che Mario Lodi ridisegna il valore della scuola, ne cambia aspetti e metodologia. Si deve all’esperienza di questa grande figura di maestro, scrittore e pedagogista e alle successive elaborazioni se anche in Italia si fa strada la consapevolezza che il bambino è portatore di una vera e propria cultura che una società civile deve saper accogliere e rispettare.

 

 

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